Lavoro panico depressione

Lucia Berardi

LAVORO e NON LAVORO
TRA PANICO E DEPRESSIONE

Faccio la psicologa da molto tempo: un tempo la maggioranza dei miei pazienti mi raccontava per lo più di questioni d’amore, tresche, tradimenti, affetti feriti, rifiuti …

Ora sempre più spesso l’argomento principale, la causa principale di sofferenza, ruota attorno al lavoro, o comunque del “successo” sociale.

La depressione ha un’immagine sociale, e infatti sta diventando un problema sociale, se viene considerata dall’OMS una delle principali cause di malattia, e si prevede che sarà la prima, mentre ha già questo record fra gli adolescenti. Ehrenberg ipotizza (in “La fatica di essere se stessi: depressione e società”) che essa esprima la “patologia di una società nella quale la norma non sia più fondata,come in passato, sull’esperienza della colpa e della disciplina interiore; ma invece sulla responsabilità (individuale) e sulla capacità di iniziativa”. In altre parole: non ci sentiamo cattivi o peccatori, ma “imbranati”, incapaci, insufficienti, “perdenti” (parola sempre più utilizzata, e non per parlare delle partite di calcio. Anche nei sintomi prevalgono l’ansia, l’insonnia o la fatica di essere se stessi (l’inibizione), piuttosto che la tristezza, il dolore morale, o il sentimento di colpa. Permettetemi una premessa / divagazione ma non tanto.

Nella cacciata dall’Eden, Adamo ed Eva ricevettero due anatemi direttamente da Dio:

Per entrambi la vita è dura, molto dura e piena di pericoli, nell’esilio sull’ignota terra.

E’ da allora che parte l’umana ricerca per rendere questo passaggio terreno meno duro, questa terra post/paradiso meno faticosa, meno dolorosa, e – soprattutto – meno.

Per allontanare i pericoli del clima e delle fiere l’umanità si rifugia nelle caverne, per assicurarsi la sopravvivenza alimentare nell’inverno si scoprono il fuoco e il sale, si costruiscono granai e magazzini, per lenire il dolore e i pericoli di parto e malattie si inventano le medicine, gli anticoncezionali, persino l’epidurale… l’umanità si raduna in clan, tribù, società, città, stati, e ogni passaggio di civiltà produce maggiori garanzie di sopravvivenza che allontanino la grande, umana, paura dell’ignoto esilio e riavvicinarsi al Paradiso: una vita lunga, sicura, senza fatica e senza dolore. Il cammino di australopitechi … homo sapiens … dell’umanità: quello che chiamiamo la storia delle civiltà, è stato proprio costituito da un’incessante – e (almeno finora e con alterne vicende) efficace – riduzione di fatica, insicurezza, dolore, malattie.

Rispetto a questo percorso oggi siamo in una (non certo la prima) battuta d’arresto: i circa trent’anni dell’”età dell’oro” del ‘900, dopo infernali guerre mondiali e fascismi di mezzo, hanno visto un calo generalizzato del tempo di vita lavorato e insieme un miglioramento di parti e malattie, che insieme hanno portato – in ampie parti del globo – a un allungamento della vita media di uomini e donne. Scienza e tecnologia hanno regalato una vita molto più affrancata dalla maledizione biblica del lavoro/fatica e una salute migliore … ultimamente tecniche di parto dolce o epidurale hanno dribblato persino il divino anatema rivolto ad Eva.

Corporazioni, società di mutuo soccorso, assicurazioni, welfare, mutue, sindacati, e cioè tutte le strutture atte a ridurre insicurezza, sono state messe a punto nel corso dei secoli e degli anni. Gli stati e le nazioni hanno inventato forme di riduzione dell’insicurezza. In L’accordo era generale: le strutture di convivenza (gli stati) servono a diminuire gli effetti

Tutti ricordano Churchill come il grande statista che portò l’Inghilterra (e alleati) a liberare il mondo dal nazismo, ma pochi ricordano che, nonostante il suo carisma, alle prime elezioni post­belliche fu sconfitto dal laburista Attlee, che prometteva (e mantenne) agli inglesi e alle inglesi, social­security – sicurezza sociale – “dalla culla alla tomba”: uguaglianza nelle opportunità per tutte e per tutti. D’altronde la prima delle rivoluzioni della nostra epoca aveva tre simboli: libertà, fraternità, “egalitè”.

E con questa egalitè – e, detto per inciso, con debiti pubblici in libertà ripianati regolarmente stampando moneta – l’Europa ha conosciuto il famoso periodo d’oro: bassa disoccupazione, alto welfare, bella la vita su questa terra… e lunga (ricordiamo l’aumento della speranza di vita negli ultimi 5 decenni del secolo XX°).

Santa tecnologia libera l’uomo (e la donna) dal lavoro: a fare le scarpe ci pensano le macchine, a fare il bucato la lavatrice (che con gli anticoncezionali contribuisce a quel salto di civiltà che è stato il femminismo e la “liberazione sessuale”) . La ricchezza è relativamente condivisa e distribuita come mai nella storia dell’umanità. Il frutto delle umane evoluzioni scientifiche e tecnologiche viene utilizzato per contrastare i divini anatemi.

Poi è successo qualcosa: se all’epoca dell’Eden Satana ci ha fregato con una mela, oggi ci sta fregando con molti altri strumenti sociali, che hanno cioè a che fare con i modi in cui gli umani si accordano nella convivenza.

Qualcuno trama contro: è quel famoso 1% che vuole risucchiare tutto per sé. Non gli piace, all’1%, che la ricchezza sia condivisa. E così, veloce come un vento infernale, tutto cambia: no debito pubblico, no alla stampa di denaro per ripianarlo, quindi no welfare, no mutue, e poi: l’hell­totem spread, la globalizzazione, la concentrazione, banche, finanze, finanziarizzazione… tagli alla spesa pubblica, tagli, tagli, … gli odierni banchieri/economisti/governanti promettono che con questa medicina miglioreremo… e poichè non funziona, ordinano dosi superiori della stessa medicina….. ma quale medico dopo aver sperimentato che una medicina fa male continua ad usarla???? Eppure queste medicine dei tagli (come le antiche sanguisughe) vengono ripetute da 30 anni, le cose vanno peggio….. e invece di cambiar medicina, ne usano in dosi più massicce e incitano ad assumerla più rapidamente, dicendoci per sovrappiù che è colpa nostra se la guarigione è sempre più lontana.

Si intravvede un ghigno satanico in questo nuovo dibattersi degli umani scacciati dalle caverne, privati dei granai, messi gli uni contro gli altri da oculati seminatori di zizzania, il tempo di vita dedicato al lavoro è tornato quello dell’ ‘8oo. Gli orari aumentano, sono ormai in circolazione “contratti” che non lo definiscono neppure, gli anni di lavoro aumentano grazie alle varie riforme delle pensioni che trattengono i vecchi dicendo ai giovani che è per il loro bene (anche se va contro ad ogni logica e matematica). Ci sono ragazzi che lavorano in una banca così tanto da morirne (in una banca, si badi, non in una miniera). Ironia della sorte: chi si oppone vien chiamato “conservatore”.

Ho visto un reportage fotografico che mostra come i cinesi si addormentino dappertutto: persino in strada… non sarà che non hanno abbastanza tempo per dormire, di notte, nel

La saturazione dei mercati e dei mercati del lavoro ormai infestati di pezzenti, la tecnologia e i vincoli ambientali rendono i lavoratori non solo inutili ma nocivi. Il buon senso direbbe che l’aumento delle tecnologie dovrebbe portare una diminuzione del tempo di lavoro: invece chi lavora, lavora troppo mentre ovviamente i più non trovano lavoro, aumenta la competizione e l’adrenalina con il suo corteo di suicidi, crimini e maltrattamenti di donne e bambini, sale la competizione, cala la fraternità, gli elementi solidali, la famosa egalitè. Si cambiano le costituzioni perchè, essendo state scritte nei tempi in cui si pensava al benessere collettivo, non vanno bene oggi che si punta al benessere dell’1% e al malessere di tutti gli altri.

In altre parole potremmo dire che un tempo i “ricchi” avevano bisogno dei “poveri” per diventare più ricchi, perchè avevano bisogno di manodopera, mentre oggi la manodopera è così numerosa rispetto alle necessità…. come si fa a non sentirsi inutili, definitivamente “out”, se non si arriva a una drastica riduzione del tempo di lavoro pro-capite.
Gli economisti parlano molto, anzi ormai sono i tecnici più ascoltati, peccato che dicano tutto e il contrario di tutto, e che se la loro scienza fosse minimamente degna di tal nome, sarebbero già stati licenziati. Come ha avuto modo di dire Elisabetta d’Inghilterra: “Oh, my God, che crisi che è arrivata, ma voi, come avete fatto a non accorgervene?”

Qualcuno, (mi pare … non qualche teologo severo, ma Padoa Schioppa) ha detto: “l’umanità deve ricordare che la vita è dura” ( ! ) Qualcun altro ci ricorda come i nostri nonni se la passassero peggio di noi. Forse si ricordava del monito divino “lavorerai con sudore” e tutto il resto, inclusa la mortalità infantile, come ai bei tempi dei nostri nonni e come riaccade oggi la percentuale di soggetti che più affollano le statistiche sulla povertà sono proprio bambini. Nella Grecia seviziata dalla TROIKA l’aumento della mortalità perinatale è arrivato al 43%, mentre è triplicato il numero dei bambini abbandonati. Pare sia stato un importante monito per Tsipras.

Qualcun altro dice che siamo in Kalijuga e che tutto questo andamento mortifero che sconquassa la civiltà porterà a una rigenerazione: così si portano innumerevoli vittime. Chi lavora, lavora troppo, e chi non ha lavoro è sempre più precario, disoccupato, insicuro.

Anni fa cantavo in un coro dilettantistico dove su una trentina di persone almeno dieci erano in situazioni precarie: chi aveva perso il posto da ragioniera e per sopravvivere lavava piatti in una pizzeria, chi non aveva trovato proprio più niente ed era tornato a vivere coi genitori (era prossimo al suicidio perché in quella situazione la morosa l’aveva lasciato) chi tentava la sorte aprendo un negozietto (chissà come gli è andata a finire)….

Recentemente ho tenuto un breve corso di psicologia in un circolo ricreativo: su una quindicina di partecipanti la metà aveva problemi di lavoro: una cinquantenne rimasta disoccupata per chiusura dell’azienda in cui era impiegata. E’ stata a casa un anno “facendosi venire l’esaurimento” in costante ricerca di un nuovo lavoro. Poi ne trova uno che dura sei mesi. Poi non sa. Naturalmente soffre di attacchi di panico.

Un operaio di 55 anni che quando chiude l’azienda dove lavorava continua ad alzarsi tutte le mattine alla stessa ora e ad uscire come se tornasse in fabbrica. Ritrova un lavoro dopo quasi un anno, naturalmente pagato la metà.

Un giovane che lavora in una fabbrica dove i superiori controllano ogni piccolo movimento e per mantenere il posto deve correre da mane a sera fino ad esaurire ogni briciolo di energia, perché se non gli va bene così “ne troviamo quanti ne vogliamo” (testuali parole del superiore).

Chi ha un la­vo­ro si­cu­ro ha problemi tipo: con che diritto mi potrei lamentare delle mie condizioni di lavoro, io, che alla fine del mese ho uno stipendio, sempre più ridotto ma ho uno stipendio, mentre tanti non ce l’hanno? Ovvio che la disoccupazione/precarietà abbassa il livello dei diritti per tutti. E della qualità del lavoro. Chi lavora è più ricattabile e accetta che la qualità del suo lavoro scada, mentre cresce il sentimento competitivo “mors tua, vita mea” e mentre la competitività viene esaltata come un bel sentimento mentre tutti sanno che è la cooperazione che migliora la qualità della vita e del lavoro.

Il progressivo scadimento porta a situazioni fino a una ventina di anni fa impensabili. Pensiamo per esempio a chi lavora nei servizi alla persona nel sociale (traggo sempre spunto dai racconti di mie/i pazienti, molti/e dei quali lavorano nel sociale), chi ha a che fare col disagio psichico, l’handicap, le tossicodipendenze … : gli operatori sociali dipendono quasi sempre da una cooperativa sociale che partecipa a bandi pubblici che offrono al ribasso gli stessi servizi per un numero crescente di utenti, sempre con stipendi sotto il limite di sopravvivenza per un lavoro impegnativo sul piano professionale e molto pensante sul piano psicologico personale. Questi lavoratori vedono un costante ridursi (oltre che dello stipendio) delle pubbliche risorse, a fronte di un costante incremento dei bisogni dell’utenza che cresce anche per il deteriorarsi della qualità della vita collettiva.

Sono come fra l’incudine e il martello: l’utenza sempre più disperata e incattivita, i bisogni sempre in crescita e le risorse sempre in calo. A una mia paziente assistente sociale avevano persino bruciato la macchina(!) Poiché, come operatori sociali, credono in ciò che fanno, vanno in crisi, e poiché credono nelle cure psicologiche, se le pagano di tasca propria (ne ho conosciuti moltissimi), poiché i datori di lavoro non ci pensano neanche, e comunque ormai gli enti locali non hanno più neanche gli occhi per piangere.

Come può funzionare la socializzazione dei malati psichici in una società sempre più povera, impaurita, chiusa in se stessa, se si sono incontrati problemi quando (ai tempi della riforma psichiatrica) si era in presenza di un welfare ricco, e di una società più accogliente e tollerante? Come si possono esercitare le funzioni di risocializzazione degli utenti attraverso il lavoro, quando non trovano lavoro neppure i “sani”? Infatti chi lavora con utenti psichiatrici mi dice che ormai ci si affida quasi esclusivamente agli psicofarmaci. I quali psicofarmaci non è che costino poco, ma funzionano meglio nella logica del “radunare tutti i soldi nelle mani di pochi. Invece di pagare tanti psicoterapeuti si pagano poche case farmaceutiche (la somma è uguale, quello che diminuisce è il numero)

Chi lavora nei servizi vede che tutto questo non fa che peggiorarli, e che gli utenti sono nella sua stessa barca. In questi servizi il lavoro è così difficile e frustrante che addirittura la gente si licenzia nonostante la fame, gli operatori sono ridotti a un passo dalla situazione dei loro utenti ufficialmente in “disagio sociale”, e si specchiano in situazioni socialmente al limite con il timore crescente di “finire così”.

Infatti il sociale è un settore che un alto burn­out e un alto turn­over (ilo che significa che alcuni si licenziano nonostante la fame che li aspetta).

Chi lavora nel pubblico impiego ha da questo punto di vista una collocazione particolare: la particolare relativa sicurezza – per ora, in Italia – del posto di lavoro gli rende impossibile pensare a un cambiamento. Anche se ne avesse voglia, con buona pace di chi parla di “noia del posto fisso”, che nessuno in realtà ama particolarmente: quello che invece si desidera massimamente, di fisso, è lo stipendio. In lavoro nel pubblico impiego è più “fisso” che mai: nessuno osa spostarsi perchè sa benissimo che non troverebbe nient’altro. Poi certo la noia impera sovrana, anzi una noia/depressione strisciante e collettiva.

Come psicologa ho nel corso degli anni lavorato con dozzine di assistenti sociali, educatori, infermieri, ma anche maestre d’asilo, o figure organizzative di questi settori. L’elevata motivazione e competenza del personale va in tilt (burn­out) di fronte al deterioramento delle qualità/quantità del lavoro.

Mentre altri, funzionari e impiegati di enti pubblici (parlo sempre di pazienti che ho conosciuto) si deprimevano giorno dopo giorno di fronte al peggioramento delle relazioni fra colleghi indotte da insulsi provvedimenti atti ad incrementare la competizione o di fronte alla esecrazione sociale cui sono additati i pubblici dipendenti da una politica che attraverso la perdita di autostima dei pubblici dipendenti vuole trovare la motivazione per dire: pubblico è brutto (inefficiente, costoso . . .), privato è bello.

Ma un inferno se possibile ancora peggiore lo vivono i lavoratori delle aziende private. Inferno fatto di maltrattamenti, periodi senza stipendio, ingiustizie ingoiate.

Più ansia uguale più violenza. E si vede: nell’aumento della violenza in famiglia, dove rimetterci sono donne e bambini.

Nella società: competitore contro competitore, concorrente contro concorrente, nativi contro migranti, tutti contro gli zingari e chiunque sia sospettato di un’”identità” diversa: ebrei, omosessuali. A livello planetario, i vincoli di solidarietà sbaragliati da un’astuta gestione della globalizzazione, hanno ceduto il posto al tutti contro tutti della guerra infinita, alla ricerca di “identità”, questo feticcio che viene definita dall’esclusione.

Al posto di “proletari di tutto il mondo unitevi” c’è la guerra infinita, che naturalmente coinvolge le religioni, che, come si sa, nella storia, sono responsabili (anche nel senso di alibi) della maggior parte delle guerre ed eccidi di massa.

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