Nekrocap and the salary of crime

Franco Berardi

NECRO-WORK

Crime and death are inherent to the process of capital accumulation, today.
Therefore we should speak of necro-capitalism.

Kidnapping, blackmail, torture, mass murder are today a salaried activity involving a growing number of unemployed people, marginalised by the economic game, ready to do whatever action in order to bring in some money.

Violence is no more essentially an instrument for political repression, it is more and more a normal tool for of accumulation.

Necro-work is expanding as long as unemployment and marginality grow for young people in the metropolitan suburbs.

Look at Daesh, the Islamic Army spreading in Middle East, Libya and West Africa. Much more than a territorial state, the Caliphate is a global corporation. Seizing territory, taking money from the banks and oil from the refineries, capturing people and getting ransoms: these are the economic activity of the Caliphate. Daesh is an enterprise that employs many thousands young men coming from the Arab cities, but also from European cities. They offer their necro-work-force in exchange of 450 dollars per month.

The flow of potential recruits is wider and wider, because misery is growing and growing as a consequence of the financial systematic extortion.

Look at Mexico. A necro-corporation, acting in collaboration with part of the police and of the political elite is terrorising the country.

Lavoro bunkerizzato e necro-lavoro:

Il ciclo del crimine e della morte è oggi parte integrante del processo di accumulazione di capitale. Per questo possiamo parlare di necro-capitalismo, forma essenziale del capitalismo terminale, punto d’arrivo della depredazione neoliberale.

Il sequestro, il ricatto la tortura, lo sterminio costituiscono una attività salariata che coinvolge un numero crescente di individui disoccupati, lasciati ai margini dell’economia, pronti a qualsiasi azione pur di guadagnarsi un salario.
La violenza non è più soltanto un mezzo politico di repressione dell’autonomia sociale, ma strumento normale dell’accumulazione di capitale.

La classe finanziaria e i lavoratori cognitivi agiscono all’interno del bunker. In questa sfera si svolgono le due funzioni sociali connesse e ricombinanti: quella della decisione finanziaria che domina e sfrutta il ciclo del lavoro sociale complessivo, e quella del lavoro cognitivo prevalentemente precarizzato, ma parzialmente protetto dal bunker in quanto lavoro necessario all’accumulazione di capitale.

Questa sfera tende a divenire sempre più connessa, virtualizzata e sigillata rispetto alla società territoriale nella quale si trovano i lavoratori industriali, e l’area crescente della povertà e dell’emarginazione.

Nella sfera extra-bunker troviamo coloro che non hanno una collocazione all’interno del ciclo connettivo. Costoro possono disporre o meno di congegni tecnici connettivi per la loro vita privata, ma il loro lavoro e le loro forme di socializzazione si svolgono nel rapporto diretto con la materia fisica della produzione e nel territorio non protetto della metropoli.

Là fuori si estende l’immensa e crescente area degli emarginati da ogni tipo di garanzia sociale, spinti al margine del rapporto salariato: disoccupati, poveri, migranti, rifugiati.

La borghesia industriale del passato era interessata alla salvaguardia del territorio fisico perché, per quanto separata dalle classi subalterne, viveva comunque in quello spazio, e perché era interessata a predisporre le condizioni del futuro.

Il capitale finanziario non ha più alcun interesse al territorio, né al futuro della comunità in quanto non ha più alcun contatto con gli spazi esterni al bunker e perché i suoi profitti si realizzano nella dimensione istantanea e virtuale. La classe finanziaria abita all’interno di aree urbane protette militarmente, e va in vacanza in luoghi simulati protetti da guardie armate, nei quali il mare è finto, la neve è finta, le montagne sono finte, gli esseri umani esprimono sentimenti finti. Inoltre il capitale finanziario realizza i suoi profitti nell’immediatezza dello scambio virtuale, e progetta il futuro come progressiva devastazione di ogni residuo spazio del territorio fisico esistente. Perciò all’accumulazione di capitale finanziario corrisponde una devastazione del territorio e del futuro della comunità.

I lavoratori cognitivi vivono una condizione intermedia: sono bunkerizzati fin quando svolgono le loro funzioni produttive, ma affondano poi nella realtà del territorio urbano e della comunità sociale quando interrompono il loro rapporto con lo schermo e con la rete ed escono dagli edifici super-protetti delle corporation globali.
Fuori dal bunker vivono e lavorano tutti coloro che non appartengono al ciclo virtuale o finanziario. Il lavoro industriale non è affatto diminuito rispetto al passato. Al contrario il numero degli operai industriali è aumentato da quando la globalizzazione del mercato del lavoro ha inserito nuove masse di lavoratori all’interno del processo produttivo nei paesi di nuova industrializzazione. Ma questi sono spossessati di potere politico e di forza sindacale. A causa della globalizzazione del mercato del lavoro sono sottoposti al continuo ricatto della delocalizzazione, e d’altra parte non hanno la possibilità di intervenire sui processi decisionali perché questi si svolgono all’interno del bunker al quale non possono aver accesso.

Il necro-lavoro destinato a incrementare il profitto delle necro-aziende tende ad assumere un’estensione crescente man mano che si espande la pauperizzazione e l’emarginazione di un numero crescente di giovani delle periferie urbane del mondo intero.

Prendiamo due esempi di questo fenomeno.

Il primo è Daesh. Oltre ad amministrare un territorio abitato da circa cinque milioni di iracheni e tre milioni di siriani, il Califfato funziona più come una corporation globale che come uno stato territorializzato.
Oltre all’appropriazione dei soldi trovati nelle banche irachene e siriane, oltre alle cospicue donazioni di sostenitori sauditi, oltre ai proventi dei sequestri, oltre alla tassazione degli abitanti delle aree occupate Daesh incassa i profitti provenienti dal petrolio delle zone occupate.

Secondo la giornalista franco-libanese Mona Alemi: “i metodi di produzione petrolifera dello Stato Islamico sono piuttosto primitivi, con un livello di produzione più basso di quello che si verificava prima del conflitto. Ciononostante il guadagno dello stato Islamico dal mercato petrolifero è di un milione di dollari al giorno solo dall’Iraq.”

Daesh è un’azienda che garantisce lavoro a giovani disoccupati delle periferie delle città arabe, ma anche a giovani emarginati delle città europee o perfino canadesi. Scrive Wassim Bassem:

“Da quando l’IS ha conquistato Falluja un numero crescente di giovani ha cominciato a unirsi all’esercito islamista per svolgere il loro lavoro come combattenti in cambio di un salario mensile di 400 o 500 dollari che però è intermittente e non stabile.”
(http://www.usnews.com/news/articles/2014/08/13/money-power-draw-young-iraqis-to-the-islamic-state)

E’ facile capire che Daesh non sarà facilmente sradicato: il suo serbatoio di reclutamento è costituito da milioni di giovani arabi inglesi, europei che arruolandosi si garantiscono un salario mensile che l’austeritarismo della Banca Centrale europea non sarà mai in grado di dargli.

Un secondo esempio di necro-corporation lo troviamo in Messico. Siamo abituati a identificare l’industria criminale messicana con il narcotraffico, ma forse si tratta di un’identificazione riduttiva, o superata.

Secondo un giornalista italiano che da anni lavora in Messico (Federico Mastrogiovanni autore di un libro recentemente pubblicato in Messico con il titolo Ni vivos ni muertos che uscirà presto in Italia per le edizioni Derive approdi) le formazioni armate agiscono spesso in collaborazione con la polizia stanno differenziando il loro prodotto, e dal terreno del commercio di droga si stanno spostando verso nuovi campi di investimento, che è quello del gas scisto (shale gas).

Prima del crollo del prezzo del petrolio in Messico si stavano mobilitando investimenti enormi nel campo del fracking, ma per questo occorre spostare la popolazione di alcune aree, particolarmente della conca di Burgos.

“La privatizzazione di Pemex”, scrive in Ni vivos ni muertos, “non fu solo il risultato di una politica criminale concepita per spopolare la conca di Burgos, ma condusse a una forma autoritaria che abusa dell’ignoranza della popolazione soprattutto di quella che vive dove si dovrà impiegare il fracking.”

In questa ipotesi, che Mastrogiovanni suffraga con una consistente mole di dati e di interviste, gli Zeta sono allora manodopera al servizio dei petrolieri, pagati per fare un lavoro (produttivo nel senso di utile all’accumulazione di capitale) che consiste nel torturare, terrorizzare, deportare.

“Nella conca di Burgos sono presenti le maggiori riserve di shale gas, e la zona è sotto il controllo diretto degli Zetas, e lo stato messicano inesplicabilmente per anni non ha fatto nulla contro di loro.”

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