All’attenzione di …

Francesca Alfano Miglietti

“Un artista sa di essere un artista. Se ha bisogno di un pubblico è un dipendente”
(Yoko Ono) 

E se invece di parlare ‘in generale’, di scrivere ‘in generale’, di comunicare ‘in generale’, noi iniziassimo a raccontare in prima persona e All’attenzione di….?

“All’attenzione di”… uno scrittore, in fondo, sempre scrive all’attenzione di…

Perché è questo che si fa quando si scrive. Quando si scrive, in fondo, si tratta di un piccolo affare privato.

Avere come scopo l’urgenza di dissolvere la tristezza, quale miglior scopo?

Forse, per dissolvere la tristezza bisogna iniziare a riconoscere delle persone, a raccontare dei gesti e dei pensieri. Delle manie e delle utopie.

Incontri che creano intensità, eventi, lampi, che possono tracciare sentieri.

Avere come progetto l’urgenza di dissolvere la tristezza, questa la trama narrativa che diviene anche trama evolutiva. Dunque si parla di vita e dunque si sceglie tutto ciò che pulsa, che respira, che rigenera.

Nessun mondo si azzera, ma si inizia a crearne un altro, minoritaro e precario, segnato da domande che rimangano tali, che non trovano la consolazione di una risposta. Qualsiasi risposta, infatti, potrebbe chiudere e non aprire un circuito di pensieri avventurosi. Qui di seguito alcune figure timide, capaci a volte di scomparire, di lasciar sfocare la propria immagine, presenti però nella necessità di creare un altro mondo… Una ricerca di disponibilità reciproca tra le parti rigide e morbide del mondo, il tentativo di suscitare un’eccitazione e un collegamento tra entità fredde e calde, sensuali e neutre. Un progetto, dunque, in un senso vagabondo, un modo di trattare la vita come un flusso, non come un codice.

In un’intervista del 1979 alla domanda: “Sono difficili gli appuntamenti con la storia?”, Roland Barthes risponde: “Non so. A vent’anni c’è il mondo. Ci si può pronunciare. Poi passa il tempo. Dopo un certo tempo, trascorso chissà dove, non si sa se il mondo è cambiato o se sono io che sono cambiato… È difficile pronunciarsi”; “Cioè, la storia non esiste?”; “Proprio così. La storia è la biografia”.

Qui di seguito le prime due impreviste biografie… le prime due storie…per dissolvere la tristezza.

Gregory Bateson.
Gregory Bateson, (1904 -1980), compie studi naturalistici ed antropologici, di logica, cibernetica e psichiatria. Bateson è stato uno dei più importanti studiosi dell’organizzazione sociale di questo secolo, si fece carico di reintrodurre il concetto di “Mente” all’interno di equazioni scientifiche scrivendo due famosi libri (Verso un’ecologia della Mente e Mente e Natura).

Esponente della contro cultura degli anni 60, si trasferì a Palo Alto dove fu docente all’università di Stanford e consulente etnologico del Veterans Administration Hospital. In particolare, Bateson si concentrò sui problemi della psicosi, elaborando la teoria del double bind (doppio vincolo o doppio legame), ipotesi esplicativa della schizofrenia, che viene collegata ai patterns comunicativi della famiglia e della società, ripresa dalla scuola psichiatrica di Palo Alto, da P. Watzlawick e per determinati aspetti da R. Laing. Con i colleghi Warren McCulloch, Gordon Pask, Ross Ashby, Heinz Foerster, Norbert Wiener e altri, Bateson contribuì ad elaborare la scienza cibernetica.

“Desidero esprimere la mia convinzione che certi fatti come la simmetria bilaterale di un animale, la disposizione strutturata delle foglie in una pianta. l’amplificazione progressiva della corsa agli armamenti, le pratiche del corteggiamento, la natura del gioco, la grammatica di una frase, il mistero dell’evoluzione biologica, e la crisi in cui oggi si trovano i rapporti tra l’uomo e l’ambiente, possano essere compresi solo in termini di un’ecologia delle idee così come io la propongo” (Verso un’ecologia della Mente).

Per Bateson, abbiamo bisogno di appropriarci di un sapere che individui “la colla che tiene insieme le stelle e gli anemoni di mare, le foreste di sequoia le commissioni e i consigli umani“

Un sapere volto a individuare nella mente umana una forma che invada tutto il reale come principio vitale e che comprenda l’uomo quale riferimento unificante di fatti vitali e di comportamento e la natura come complessità e polimorfità di strutture ordinate. Ciò che Bateson propone è una nuova epistemologia come ulteriore prospettiva da cui guardare alla relazione uomo-mondo naturale. Il fondamento di tale prospettiva è nella consapevolezza non di una banale interazione tra mondi, quanto di una coappartenenza significante.

Molto importante è l’analisi che Bateson propone della civiltà occidentale, nel cui percorso si crea una frattura incolmabile tra umano e non umano.

Si trattava di una gerarchia intesa “come passi deduttivi dal più perfetto al più rozzo, al più semplice“, che individuava una gradualità di valore considerata fissa, immutabile perché così voluta dell’Essere supremo; afferma, infatti, Bateson, “la scala esplicativa scendeva con moto deduttivo dall’Essere Supremo all’uomo, alla scimmia giù giù fino agli infusori“.

Per Bateson ciò che conta è la dinamica del pattern relazionale che si svolge tra soggetto e predicato. Nell’uomo c’è anche una sopravvivenza del codice proprio degli altri mammiferi, nel cosiddetto linguaggio del corpo, o nell’intonazione della voce. Tale codice, inoltre, è anche più sviluppato nell’uomo che negli altri animali, giacché dà vita a fenomeni quali la danza, la musica, la poesia. È proprio attraverso questo codice cinetico che avviene prevalentemente il discorso sulle relazioni. La permanenza di questo canale di comunicazione analogico è dovuta, secondo Bateson, al fatto che con il linguaggio verbale è possibile mentire sulle relazioni, esso può essere falsificato; il linguaggio cinetico serve quindi a mantenere una certa onestà in questo campo. Il mondo ci sfugge perché noi stessi siamo parte di quel mondo che, forse, possiamo cogliere nella sua significanza sistemica soltanto attraverso un tipo di relazione quale quella che è determinata dall’ispirazione artistica, dove l’artista, come egli dice, lasciando poco spazio alla mente cosciente, nell’esperienza creativa, si rivolge al tutto, sentendo in esso, come riflesso, il suo stesso io, quale modello cibernetico.

L’ecologia, da questa prospettiva, consisterà proprio nello studio dell’interazione e della sopravvivenza delle idee e dei programmi (cioè differenze, complessi di differenze ecc.) nei circuiti.

L’ecologia non sarà perciò la scienza che ricerca soluzioni parcellizzate, quanto un progetto epistemico, volto a riconsiderare il nostro modo di relazionarci al mondo e questo perché, ormai, siamo consapevoli che “la nostra non è l’unica maniera di essere uomini” ed è, dunque, “concepibile che la si possa cambiare”.

Masanobu Fukuoka.
Masanobu Fukuoka (1913 –2008) è stato un botanico e filosofo giapponese, pioniere della agricoltura naturale o del non fare, autore del manifesto “La rivoluzione del filo di paglia”. Proprio dopo aver lavorato in un laboratorio di ricerca Fukuoka capì che in agricoltura i problemi sorgono quando l’uomo tenta di ‘organizzare’ la natura. Gli equilibri naturali che gestiscono un ecosistema sono perfetti fino a che l’uomo non li modifica nel tentativo di migliorarli.

La tecnica del “non fare” di Masanobu Fukuoka raggiunse la sua massima efficienza dopo 30 anni di osservazioni e studi. Il metodo Fukuoka è di una semplicità estrema e si può riassumere in tre fasi. Seminare, Pacciamare e raccogliere. Maestro e filosofo Fukuoka è stata la più alta voce in capitolo dell’agricoltura naturale Giapponese. Studenti, agronomi  e scienziati di tutto il mondo sono andati a studiare e verificare il suo metodo, che è stato esportato in ogni parte del mondo. Il lavoro di Fukuoka è stato adattato al clima europeo.

Da un punto di vista filosofico, il metodo di Fukuoka si ispira al concetto del Mu, approssimativamente tradotto con “senza” o anche “nessuno”, nucleo dell’insegnamento del Buddhismo Zen. Fukuoka si riferiva, infatti, alle sue pratiche di coltivazione come “agricoltura del Mu”. Per lo Zen l’Universo è in un costante flusso di cambiamento, in cui ogni cosa avviene spontaneamente. Per questo, si ritiene che il miglior modo di agire sia “senza” agire, lasciando libero il campo a quel “meccanismo di autoregolazione che può manifestarsi soltanto se non gli si fa violenza”, come si può ben notare in particolare nell’agricoltura.

“Passate con attenzione attraverso questi campi. Libellule e farfalle che volano in un turbinio di vita. Api che ronzano di fiore in fiore. Scostate le foglie e vedrete insetti, ragni, rane, lucertole e molti altri piccoli animali…Questo è l’ecosistema del campo di riso in equilibrio…

E adesso guardate un momento il campo del vicino. Le erbacce sono state spazzate via dai diserbanti e dalle lavorazioni. Gli animali e gli insetti del terreno sono stati tutti sterminati dai veleni…D’estate si vedono gli operai agricoli al lavoro nei campi con addosso maschere antigas e lunghi guanti di gomma. Questi campi di riso che furono coltivati continuamente per più di 1.500 anni sono stati ora resi sterili dalle pratiche agricole di rapina di una sola generazione.”
(Masanobu Fukuoka)

Le tecniche agricole moderne sembrano necessarie perchè l’equilibrio naturale dell’ecosistema è stato così profondamente alterato che la terra oggi non può più farne a meno. Questa logica non vale solo per l’agricoltura ma anche per altri aspetti della società, allo stesso modo, medici e medicine diventano necessari quando si costruisce un ambiente malato.

Il metodo del “non-fare” è basato su quattro principi fondamentali:

1. Nessuna lavorazione, cioè niente aratura, né capovolgimento del terreno. Per secoli, i contadini hanno creduto che l’aratro fosse indispensabile per incrementare i raccolti. Eppure non lavorare la terra è di fondamentale importanza per l’agricoltura naturale. La terra si lavora da sé grazie all’azione di penetrazione delle radici e all’attività dei microrganismi e della microfauna del suolo.

2. Nessun concime chimico o compost. Ottuse pratiche agricole impoveriscono il suolo delle sue sostanze nutritive essenziali causando un progressivo esaurimento della fertilità naturale. Lasciato a se stesso, il suolo conserva naturalmente la propria fertilità, in accordo con il ciclo naturale della vita vegetale e animale.

3. Né diserbanti, né erpici. Le piante spontanee hanno un ruolo specifico nella fertilità del suolo e nell’equilibrio dell’ecosistema. Come norma fondamentale dovrebbero essere controllate (per esempio con una pacciamatura di paglia o la copertura con trifoglio bianco), non eliminate del tutto.

4. Nessun impiego di prodotti chimici. Dall’epoca in cui si svilupparono piante deboli per effetto di pratiche innaturali come l’aratura e la concimazione, le malattie e gli squilibri fra insetti divennero un grande problema in agricoltura. La natura, lascia fare, ed è in equilibrio perfetto. Insetti nocivi e agenti patogeni sono sempre presenti, ma non prendono mai il sopravvento fino al punto da rendere necessario l’uso di prodotti chimici.

La tecnica dei semi di argilla è un’altra intuizione di Fukuoka, usata principalmente nei progetti di rinverdimento del deserto.

Lo sfruttamento agricolo della moderna industria ha generato e continua a generare aree desertiche in modo sempre più veloce. E’ fondamentale controbilanciare questa tendenza restituendo alla terra la sua fertilità, la sua libertà. Il metodo delle palline d’argilla consiste nel non sotterrare i semi ma nell’avvolgerli prima da uno strato di terra, poi da uno strato di argilla, creando così delle palline che li contengano e contengano anche microbi.

L’argilla protegge il seme da roditori insetti uccelli formiche, fino al momento della germinazione. Le prime piogge genereranno l’umidità necessaria alla germogliazione e sarà la natura stessa a selezionare – in base al suo habitat – quali semi siano ideali.

Quelli che germoglieranno saranno più resistenti e sani. L’importante, in questa tecnica, è seminarne una grande varietà, sia come numero ma sopratutto come specie per garantire l’instaurarsi di un sistema biodiverso.

Citazioni di Masanobu Fukuoka:

“La malattia viene quando la gente si allontana dalla natura. La gravità della malattia è direttamente proporzionale al grado di separazione. Se una persona malata ritorna ad un ambiente sano spesso la malattia scompare.”

“La vita umana non si mantiene con le sue forze. La natura fa nascere gli esseri umani e li tiene in vita. Questo è il rapporto che le persone hanno  con la natura. Il cibo è un dono del cielo. La gente non crea gli alimenti dalla natura, è il cielo che glieli dà.”

“Le notti d’autunno sono lunghe e fredde. Il tempo sarebbe bene spenderlo a guardare la brace ardente, con le mani pigiate attorno ad una calda tazza di thè.”

“Tutto quello che uno deve fare per conoscere la natura è rendersi conto di non conoscere veramente nulla.”

“Perché dobbiamo svilupparci? Se la crescita economica aumenta dal 5 al 10% la felicità forse raddoppia? Che c’è di male in un tasso di crescita dello 0%? Non è questo un tipo di economia piuttosto stabile? C’è niente di meglio che vivere semplicemente e prendersela calma?”

“In questo podere noi pratichiamo l’agricoltura del non fare e mangiamo cereali, verdure e agrumi integrali e squisiti. Esiste una fondamentale e significativa soddisfazione nel solo fatto di vivere vicino all’origine delle cose. La vita è canto e poesia.”

“Più la gente fa, più la società si sviluppa, più aumentano i problemi. La crescente devastazione della natura, l’esaurimento delle risorse, l’ansia dello spirito umano, tutte queste cose sono state provocate e diffuse dal tentativo dell’umanità di realizzare qualcosa. In origine non c’era nessuna ragione per progredire e non c’era nulla che dovesse essere fatto. Siamo arrivati al punto in cui non abbiamo altra via che portare avanti un movimento che non porti avanti niente.”

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