Dalla parte di Giuda

franco berardi

“E’ inverno a Gaza, in ogni maledetto senso della parola. Decine di migliaia di senza casa spesso ammucchiati in mezzo ai detriti di edifici bombardati. I bambini muoiono di freddo, secondo le Nazioni Unite… Quasi tutti quelli con cui ho parlato dicono che le condizioni sono più miserabili di quanto siano mai state, esacerbate dalla sensazione che presto ci sarà un’altra guerra.” (Nicholas Kristoff: Winds of war in Gaza,New York Times).

E una nuova guerra è diventata più probabile dal giorno in cui Netaniahu ha vinto le elezioni dopo avere detto che per lui non ci sarà mai uno stato palestinese. Un bambino con cui ha parlato il giornalista del NYT dice:
“Forse riusciremo ad ammazzare tutti gli israeliani e la vita sarà migliore” e il giornalista gli chiede se davvero lo pensa, e lui dice di sì con la testa. “Darei via l’anima pur di ammazzare tutti gli israeliani.”

Un amico che insegna in un’università americana mi disse a metà degli anni ’90: “stanno rientrando in America molti ebrei che erano emigrati in Israele. Si rendono conto del fatto che il sogno sionista si è trasformato in un incubo, che le nuove leve dell’emigrazione sono fatte di gente aggressiva disposta ad uccidere pur di portar via terreno ai palestinesi, e così gli intellettuali, i democratici tornano nelle città americane. Stava iniziando l’emigrazione dalla Russia e dagli altri paesi in cui ogni legame con la cultura ebraica è stata sommersa da tempo. Qualcuno se ne deve essere accorto quando all’interno di una caserma israeliana vennero rinvenute svastiche dipinte sul muro da qualcuna delle nuove reclute. Netaniahu vince le elezioni, perché Israele è oggi un paese fascista.

Ma soprattutto è un paese suicida. La recente dichiarazione con cui il vincitore delle elezioni cancellava definitivamente l’ambiguità sulla questione dei due stati significa che Israele ha deciso di andare alla guerra totale.
Un tempo Israele vinceva le guerre. Ha vinto quella del 1948, poi ha vinto quella del 1967, poi ha vinto quella del 1973. Poi ha assediato, perseguitato, deportato, massacrato i palestinesi fino a spingere quel popolo che era il più laico e il più colto dei popoli arabi a votare per Hamas. Ma da un certo momento in poi Israele ha cominciato a non vincere più le guerre in modo così netto come accadeva in passato. Sconfisse gli eserciti nazionali, ma è più difficile vincere una guerra quando il nemico è disgregato, molteplice, disperato, suicida. Netaniahu sta portando il popolo ebraico verso la catastrofe. E’ solo questione di tempo, poi qualcuno disporrà di armi letali da opporre alle armi letali di cui Israele dispone. E’ solo questione di tempo poi dall’immensa distesa di umiliazione, miseria, rabbia, violenza che circonda Israele un nuovo Hitler rischia di sorgere.

Amos Oz racconta la storia di Israele come il venir meno di una speranza. “Storia di amore e di tenebra”, il romanzo del 2002, era la storia la sua vita sullo sfondo della storia d’Israele. La notte in cui diviene ufficiale la nascita dello stato sionista sente il padre piangere nel buio per la commozione e la gioia. Poi sottovoce ricorda “quel che avevano fatto a lui e a suo fratello dei teppisti al liceo polacco di Vilna, e anche le ragazze avevano partecipato, e l’indomani quando suo padre era venuto a scuola a protestare per quell’offesa, invece di restituirgli i pantaloni strappati quei bulli si erano avventati su suo padre, l’avevano scaraventato per terra, e gli avevano levato giacca e pantaloni in mezzo al cortile mentre le ragazze ridevano e dicevano sconcezze e gli insegnanti avevano visto tutto ma erano rimasti zitto e forse anche loro avevano riso.” Dunque la nascita di Israele è un sogno che si realizza: il sogno di avere una terra in cui nessuno potrà più trattarti come un animale. Ma quel sogno è diventato un incubo, e Amos Oz mette in scena l’incubo di un popolo di vittime che si trasforma in un popolo di carnefici. Quando nel 1967 Aisha, la ragazzina palestinese cui Amos si è affezionato, deve andarsene da Gerusalemme con la famiglia, perché Israele ha vinto la guerra dei sei giorni, allora lui si chiede: “E i loro pappagalli? E Aisha? E il fratellino zoppo? In quale punto del mondo suonerà adesso il suo pianoforte, sempre che ne abbia ancora uno, sempre che non sia invecchiata e deperita tra le baracche sporche e la canicola di un campo profughi con la fogna che scorre a vista giù per le strade sterrate? E chi saranno i fortunati ebrei che ora abitano nella casa della famiglia di Aisha, nel quartiere di Talbiyeh, tutto costruito di pietra celeste e rosa a volte di pietra?”

Dieci anni dopo, nel nuovo romanzo Giuda, Oz mette in scena la storia di uno studente che nei primi anni ‘60 fa la sua tesi dottorale sulla figura di Giuda Iscariota, cui la tradizione cristiana attribuisce il ruolo del traditore di Cristo. Rivendicando per sé il ruolo del traditore (che poi fu sempre quello dei profeti), Amos Oz va al cuore della questione: la storia del popolo ebraico non poteva e non doveva essere ridotta entro i confini concettuali e geografici di uno stato nazionale, perché questa scelta ha messo in moto una reazione a catena che inevitabilmente porta alla escalation di violenza cui abbiamo assistito negli ultimi decenni e cui assistiamo ogni giorno. E che ne sarà del popolo ebreo nel futuro?

“Chaim Weizmann ha detto una volta, per disperazione, che uno stato ebraico non sarebbe mai potuto sorgere perché sarebbe stata una contraddizione: se fosse stato uno stato, non sarebbe stato ebraico, e se fosse stato ebraico non sarebbe potuto essere uno stato.”

La riduzione della storia culturale del popolo ebraico alla forma di uno stato territoriale ha condotto alla nascita di uno stato confessionale, lo stato degli ebrei: un paradosso orribile che contrasta e sovverte l’eredità della cultura ebraica.
La separazione della politica dall’appartenenza rese possibili le forme moderne della Ragione, della Democrazia. Ora l’appartenenza ritorna, con le sue mostruose conseguenze politiche: esclusione, violenza, persecuzione di una comunità di appartenenza contro l’altra.

La scelta di territorializzarsi, di chiudersi dentro i confini di uno stato minuscolo, militarizzato, perennemente assediato ha trasformato Israele in uno stato fascista. Ma per quanta forza militare questo stato possegga ora il popolo ebreo è destinato ad attendere un futuro che si può rinviare ma non scongiurare indefinitamente. La pace è ora impossibile.

“Tutta la forza del mondo non basta per trasformare l’odio in amore. Colui che odia lo si può trasformare in servo, ma non in uno che ama. Tutta la forza del mondo non basta per trasformare un fanatico in illuminato. Tutta la forza del mondo non basta per trasformare in amico chi ha sete di vendetta. Proprio queste sono le questioni esistenziali dello stato d’Israele: trasformare il nemico in sodale, il fanatico in moderato, il vendicatore in amico.”

Accanto allo studente che si identifica in Giuda, c’è la figura di Atalia, la figlia di un intellettuale ebreo (Abrabanel) che negli anni precedenti allanakba (catastrofe dei palestinesi), aveva predicato una pacifica coabitazione, e aveva cercato in tutti i modi di opporsi alla creazione di uno stato ebraico.

Tra Atalia e lo studente Shemuel si svolge un dialogo che riassume il pensiero di Oz:

“Volevate uno stato. Volevate l’indipendenza. Avete sparso fiumi di sangue innocente. Avete sepolto un’intera generazione. Avete cacciato centinaia di migliaia di arabi dalle loro case. Avete spedito navi intere si immigrati sopravvissuti a Hitler diritto dal capannone di accoglienza ai campi di battaglia. Tutto per avere qui uno stato di ebrei. E guardate cosa avete ottenuto.” … Shemuel disse mestamente: “Non credi che nel ’48 abbiamo combattuto davvero perché avevamo spalle al muro? No, non avevate le spalle al muro. Il muro eravate voi… Noi padre non era entusiasta dell’idea di stato. Per nulla. Non gli piaceva per nulla un mondo suddiviso in centinaia di stati nazionali. Come le file delle gabbie separate al giardino zoologico.”

La questione ebraica pone un problema che la politica moderna non è preparata ad affrontare: l’obsolescenza della forma-stato, la miseria della forma nazionale rispetto alla ricchezza di un’esperienza globalizzante e cosmopolita che la diaspora ebraica ha per prima anticipato. L’impensabile violenza che il Nazismo scatenò contro il popolo ebraico spinse – comprensibilmente – le forze sioniste che avevano potuto sottrarsi all’Olocausto a iniziare un esperimento di territorializzazione.

Non permetteremo mai più a nessuno di fare quello che Hitler ha fatto contro un popolo indifeso, questa fu la determinazione su cui il sionismo si affermò come forza territorializzante. Avremo uno stato, avremo un esercito, ci difenderemo, attaccheremo, distruggeremo chi vuole distruggerci.

La riterritorializzazione del popolo ebraico divenne allora una scelta quasi inevitabile.

Ma questa scelta ha portato il popolo ebreo in una condizione di pericolo estremo: per quanto potente, per quanto armato, lo stato di Israele non può vincere tutte le guerre dei prossimi cento anni. L’aggressione contro il popolo palestinese ha prodotto una situazione di violenza crescente che nel lungo periodo non può che rivolgersi contro Israele. Ma nelle condizioni di isolamento accerchiamento e insicurezza, in cui il sionismo ha posto Israele ha finito per prevalere la politica provocatoria degli insediamenti, la chiusura paranoica delle frontiere, l’accentuazione del carattere “ebraico” dello stato, e quindi una fascistizzazione di cui la vittoria di Netaniahu sembra essere la sanzione definitiva.

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